domenica 23 dicembre 2012

La Vergine Madre, segno di Dio in questo mondo



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, in questa IV Domenica di Avvento.


Vogliamo prepararci all’imminente Natale del Signore ritrovando quel filo che intreccia la Liturgia della Parola dell’ultima Domenica di Avvento: questo filo è una persona, la Vergine Madre. Michea ci dice che il Messia, che ha origini eterne, nascerà a Betlemme di Giudea, e Colei che deve partorire partorirà. Da Isaia sappiamo che colei che deve partorire è la Vergine Madre, il segno di Dio che garantisce la venuta nel mondo del suo Figlio. S. Luca riprende queste profezie e ci dice in modo lapidario: «La Vergine di chiamava Maria». La Vergine, cioè Colei che era stata scelta per essere la Madre di Dio rimanendo vergine e vergine pur divenendo madre. Con la Chiesa crediamo nella verginità perpetua di Maria: prima, durante e dopo il parto del suo Figlio Gesù. La verginità di Maria è il sigillo di Dio sulla divinità del Figlio e la divinità di Gesù consacra la verginità di Maria, che ora, nella pienezza del tempo, ci svela il mistero aureo di Colui che è la Purezza fatta carne. Maria Vergine è segno di Gesù e Gesù ci dona a Maria.

sabato 22 dicembre 2012

Santo Natale 2012 e sereno Anno Nuovo 2013



«Abbraccia adesso, anima mia, quel divino presepio; 
premi le tue labbra sui piedini del Bimbo;
baciali tutt'e due, medita le veglie dei pastori,
mira l'accorrente esercito degli angeli,
uscito a far le tue pari nella celeste melodia,
cantando con la bocca e con il cuore:
"Gloria a Dio nel più alto dei cieli 
e pace in terra agli uomini di buona volontà"»
(S. Bonaventura)

Presepe artistico realizzato nella Chiesa di Ognissanti-Firenze



A tutti i nostri lettori ed amici giunga un santo augurio di Buon Natale e di un Nuovo Anno 2013 ricco di benedizioni celesti


domenica 16 dicembre 2012

Quando il cuore vive nella vera pace



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta, nella III Domenica di Avvento, Domenica "Gaudete".


La III Domenica di Avvento ci invita a rallegrarci nel Signore. Il motivo di questa gioia non è altro che la certezza del Signore che è vicino. Egli è accanto a me, nella mia vita. La fede è il fondamento di questa gioia: il Signore è in mezzo a noi, è l'Emanuele. La fede però può essere minacciata dal dubbio, oggi così presente e spesso spropositatamente sullodato. Nell’uomo non c’è la fede e il dubbio, c’è piuttosto una ragione debole che non mi fa trascendere il fattibile e mi chiude l’orizzonte del reale. Se irrobustisco la mia ragione nella ricerca della verità e non del comodo allora anche la fede è forte. La ragione poi deve essere fondata sui valori non-negoziabili e quindi sul vivere da uomini che hanno tutto ricevuto e non da uomini che pretendono. La vera pace nasce quando in me c’è una consapevolezza: la vita è un dono di Dio e con la vita tutto ciò che è umano e perciò la fede stessa, vera garanzia della mia pace. Il Dio dal volto umano, che si è fatto come noi, ci dona la vera pace e con essa la vera gioia. Gaudete in Domino semper. Dominus prope est! Il Signore è vicino.

mercoledì 12 dicembre 2012

In uscita Fides Catholica 2-2012




  Anno VII                                                                                     2-2012




SOMMARIO


Editoriale
Padre Serafino M. Lanzetta, Ragione Fede dubbio 5-25

Da un po’ in qua questo trittico diventa sempre più insistentemente assonanza di prospettive, di inseparabili mondi con cui confrontarsi quando ci si rivolge alla fede, che implicherebbe la ragione ma che si confronta con i dubbi; di dubbi che negano la fede e mettono in scacco la ragione; una ragione che cerca di favorire la fede in un Dio comprensibile, ma che a causa del dubbio metodico deve sospettare dello stesso principio del ragionamento e quindi della fede. La causa di questo lento ma progressivo smarrimento è l’oblio del pensiero (forte) di Dio. Qualche rimedio per guarire dalla minaccia del nichilismo e del dubbio perpetuo. Nell'uomo non ci sono due anime, il credente e il dubbioso. C'è piuttosto il peccato originale che segna la precarietà dell'intelligenza e non della fede.


Historica
Padre Paolo M. Siano, Alcune note sul “Magistero” episcopale del Servo di Dio Mons. Antonio (“Don Tonino”) Bello (1935-1993). Un contributo critico 27-94

L’A. del presente saggio esterna la sua meraviglia per la causa di beatificazione di Mons. Antonio Bello, avviata pochi anni fa. L’atteggiamento dell’Autore risulta sempre più comprensibile e condivisibile alla luce di vari scritti di Mons. Bello. Fino all’ultima sua conferenza tenuta ad Assisi nell’agosto 1992, il presule pugliese ha manifestato idee molto discutibili. In sintesi ecco i punti non-condivisibili del pensiero di Mons. Bello: iper-conciliarismo, progressismo e antropologismo teologico, linguaggio secolarista, filo-socialismo, pacifismo assoluto, disistima verso il Sacro e verso i Dogmi, mariologia terra-terra, sensualità, femminismo. L’Autore auspica che un tale Pastore non venga presentato come modello per coloro che devono essere anzitutto maestri e custodi della Fede Cattolica.


Theologica
Mons. Antonio Livi, Vera e falsa Teologia. L’esigenza del rigore epistemologico 95-107

L’A. presenta la sua ultima opera, in cui studia come si possa verificare se un discorso su Dio e sulla religione rispetti lo statuto epistemologico di un’autentica “scienza della fede”. Così desidera chiarire la distinzione tra teologia ecclesiale o in senso proprio e una serie di discorsi teologici. Distingue poi tra dogma, che è ciò che si crede con fede divina e cattolica, e sua interpretazione, che spetta propriamente alla teologia, la quale non può prescindere dal “nucleo di verità certa”. La teologia è un’ipotesi di interpretazione del dogma. Qualora si distaccasse dal nucleo veritativo rivelato scadrebbe in una mera filosofia religiosa. Perciò è “vera” solo la teologia ecclesiale che si pone al servizio della fede e del popolo di Dio, presupponendola, “falsa” quella che la ignora o la supera.


Padre Giovanni Cavalcoli, Lo gnosticismo moderno, riprendendo un libro di Mons. Antonio Livi. Ritratto dello gnostico cattolico 109-140

Dopo aver tratteggiato l’immagine dello gnostico in generale, l’A. esamina il pensiero del p. Giuseppe Barzaghi, O.P., il quale vuole costruire un tomismo, a suo dire, più autentico alla luce del pensiero di E. Severino, mettendo insieme univocismo e analogia. Per Severino il divenire è l’apparire dell’Essere ovvero di Dio, immanente al divenire. Seguendo Bontadini, Barzaghi sostiene che non si dà essere che non sia pensato, perché nel momento in cui lo si pensa diventa pensato. Per Barzaghi si ha un’intuizione di Dio e si confonde l’essere intuito con l’Ipsum Esse, letto alla luce dell’«unità dell’esperienza» di Bontadini. Dio e l’uomo sono uno perché «nulla si può aggiungere a Dio». Il mondo non esiste realmente distinto da Dio e fuori di Dio. Dio è solo «accanto alla sofferenza» perché il male e la sofferenza sono in Dio.


Giuseppe Pinardi, L’esegesi del concetto di àgapē in san Paolo. Riflessioni critiche e storia della Teologia (seconda parte) 141-173

Questa seconda parte dell’articolo sull’agápē vuole ripercorrere la storia della nozione teologica di agápē o carità, intesa come effetto della Grazia santificante, ricostruendo l’affascinante dibattito teologico. Ci si sofferma, sulla base di precise attestazioni papirologiche e lessicali, sulla ricorrenza di tale vocabolo nell’ambito giudaico, nella LXX, nell’A. T. e soprattutto nell’ambito neotestamentario e nella fattispecie paolino. Tra le tante definizioni di questa virtù, in ambito cattolico, si impone su tutte quella di S. Tommaso, che la chiama forma omnium virtutum. Per una corretta comprensione della nozione di agápē è di estrema importanza definirne con esattezza l’oggetto: Dio per sé e il prossimo in ragione di Dio, secondo l’insegnamento tramandatoci unanimemente dai Padri.


Commentaria
Padre Serafino M. Lanzetta, Vera e falsa Teologia. Un contributo filosofico propedeutico per la scienza della Fede 175-184

L’A. fa una dettagliata recensione dell’ultima opera di Mons. Antonio Livi, Vera e falsa teologia, in cui si offrono i criteri epistemologici per riconoscere un vero discorso sulla fede, quale opinione che principia dal nucleo veritativo-dogmatico indiscusso, da un mero discorso filosofico, il quale mettendo in discussione la fede rivelata, pretende di costruire un sistema concorrente con la Parola di Dio. Tante teologie odierne non sono altro che discorsi filosofici, razionalistici, sulla fede, i quali pretendono di possedere il criterio ultimo di verità per giudicare finanche il Magistero.


Fabrizio Cannone, Cinque anni fa il Motu Proprio Summorum Pontificum. Il punto di vista di Concilium 185-220

Per la rivista Concilium, organo di diffusione e di interpretazione del “vero” Concilio Vaticano II, il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, che liberalizza la S. Messa in rito antico, sarebbe un grande errore pastorale e nasconderebbe una carenza dogmatica. È vero questo giudizio? Quali sono i presupposti logici di queste affermazioni? Una carrellata per capire la visione (unilaterale) di Concilium. E per plaudire a Benedetto XVI.


Recensiones 221-231

martedì 11 dicembre 2012

Dalla storia alla fede in Cristo. I Vangeli non mi ingannano



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta nella seconda Domenica di Avvento


Il capitolo III del Vangelo di Luca, in cui il nostro agiografo ci spiega chiaramente le coordinate storiche (verificabili) dell’inizio della predicazione del Battista, manifesta un dato importantissimo, in continuità con lo stesso prologo: i Vangeli sono racconti storici che ci muovono alla fede. Solo se non ci ingannano nel loro trasmetterci dei fatti autentici possiamo credere. E così possiamo raggiungere, dopo duemila anni, il vero Gesù che è il medesimo Cristo della fede. Tra fede e storia non c’è una frattura. I Vangeli ci dicono la verità su Cristo e solo per questo possiamo credere in modo certo, senza ingannarci. Uno dei problemi suscitati dalla moderna esegesi, che ha anche abusato del metodo storico-critico, è questo: i racconti scritturistici non potrebbero trasmetterci dei fatti storici perché risentirebbero già dell’interpretazione dell’agiografo. In questo modo però non riusciamo più a ritrovare le parole autentiche di Cristo, che presto diventano parole di una comunità, di un tempo, ma non più di Cristo. Così si smarrisce la fede e non sappiamo più chi è Gesù. Questo tipo di esegesi ha contribuito al soggettivismo credente: ognuno si fa un suo Gesù. No, partiamo da un dato imprescindibile: i Vangeli non mi ingannano, mi dicono quello che Gesù ha detto e ha fatto. Allora posso davvero credere e il Vangelo mi converte.


domenica 9 dicembre 2012

L'Immacolata Concezione: all'inizio c'è il dono



Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta nella solennità dell'Immacolata Concezione.


L’Immacolata Concezione è il dono più grande che Dio abbia fatto a Maria in vista della sua Maternità divina. Maria è stata preservata dal peccato originale e da ogni altro peccato, da ogni inclinazione al male e da ogni debolezza. Dio ha preparato per il Figlio una Dimora santa. Era indegno prendere carne in un grembo sporcato dalla miseria umana, dall’egoismo. In Maria Immacolata contempliamo il dono di Dio e un fatto oggi assente nella nostra cultura: all’origine della nostra vita, della creazione e della vita di Maria SS. c’è l’amore di Dio, il dono suo gratuito che ci chiama alla vita e ci fa essere poi suoi figli. In Maria, all’origine della sua vita, c’è il dono di Dio, la vera libertà, il miracolo della grazia che fa di una creatura la Madre di Dio, la sua Ancella. L’Immacolata Concezione di Maria ci dice che Dio è Amore. All’origine c’è l’amore, il dono. Non l’arbitrio o l’egoismo. L’Amore. L'Immacolata è exemplum di ciò che Dio ha fatto all'origine. Di ciò che Dio è e di ciò che noi desideriamo diventare. Guarda Maria. Invoca Maria.


mercoledì 5 dicembre 2012

Il Vaticano II tra forma e metodo



Il Concilio Vaticano II è oggetto di numerosi studi o ermeneutiche spesso contrastanti e di segno opposto. Questo è un aspetto nuovo nella storia della ricezione conciliare e segno dei tempi in cui il Concilio volle calarsi con notevole “libertà”. 
Il Vaticano II volle essere un concilio pastorale, premurandosi allo stesso tempo di apportare numerosi miglioramenti e innovazioni alla dottrina cattolica, già definita in concili precedenti o solo reiterata dalla Tradizione della Chiesa. 
Una delle difficoltà ermeneutiche maggiori che gli studiosi affrontano e che spesso li divide è questa: come capire le novità del Concilio e delle sue dottrine peculiari alla luce della dottrina definitiva della Chiesa? Cosa significa che il Vaticano II, come concilio, si colloca su un piano pastorale e non dogmatico-definitorio? Tutto il nuovo è per sé vincolante per la fede? È un tutto dottrinale o solo un’esortazione pastorale? I due livelli si intersecano e talvolta si confondono? Domande che crescono nella misura in cui si entra più in profondità nel Concilio.
Nel discorso di apertura del Concilio, Gaudet mater ecclesia, Giovanni XXIII chiarì la volontà programmatica dell’incipiente assise: non definire nuovi dogmi o condannare gli errori – sembrava al Papa che la coscienza moderna stesse provvedendo da sola a emendarsi da scelte sbagliate; probabilmente qui aveva in mente l’entusiasmo per una ripresa post-bellica – ma dire la dottrina della fede che non cambia, né lo potrebbe, al mondo moderno. Si trattava di trovare una metodologia nuova, pastorale, perché la fede e i suoi dogmi venissero spiegati con un linguaggio accessibile al mondo ormai mutato.
Dire la fede in modo nuovo fu però letto già in Concilio in modo diverso: si doveva cambiare solo il modo di dirla o trovare anche le espressioni più adeguate nella sua esposizione? L’espressione verbale della fede, infatti, afferisce immediatamente i suoi contenuti. Non ogni linguaggio o metodo era perciò adatto, ma solo quello che presentava la fede lasciandone intatto il contenuto e il suo significato, «eodem sensu eademque sententia». Non fu molto chiaro in che modo si dovesse procedere a ciò che da molti interpreti fu definito “aggiornamento” conciliare. Non si dimentichi che Giovanni XXIII parlava di aggiornamento per il Codice di Diritto Canonico e non per l’imminente Assise. Tuttavia codesta parola fu programmatica.
Pastorale voleva dire aggiornamento? E se sì aggiornamento della dottrina senza troppe preoccupazioni per il metodo dogmatico piuttosto intransigente o, ancora una volta, solo della metodologia?
Il Concilio comunque perseguì la strada pastorale dell’esposizione non definitoria della fede (non furono definiti nuovi dogmi) e utilizzò anche un linguaggio più descrittivo o narrativo, non sempre però sufficientemente chiaro da dirimere sul nascere eventuali controversie o spiegazioni arbitrarie, come invece lo era per i canoni che accompagnavano un insegnamento dottrinale nei concili precedenti. Il post-concilio ha conosciuto poi numerose dispute su come interpretare una determinata dottrina o su quale fosse la vera lettura di un determinato testo.
Nel famoso discorso alla Curia del dicembre 2005 il S. Padre Benedetto XVI parlò di due ermeneutiche che si erano confrontate e anche scontrate nella stagione post-conciliare: quella giusta della riforma nella continuità della Chiesa e della sua Tradizione e quella scorretta della discontinuità e della rottura, che finisce col provocare una frattura tra la Chiesa precedente al 1962 e quella che poi ne sarebbe seguita. La Chiesa, invece, è sempre una e ininterrotta.
Nel mio lavoro sul Concilio Vaticano II (Iuxta modum, Cantagalli 2012 e un altro in preparazione sull’ermeneutica di alcune dottrine conciliari chiave), collocandomi nella scia dell’invito del Pontefice, cerco di offrire un principio ermeneutico che sia il più rispondente al Concilio come “nuova forma” magisteriale e alle sue dottrine tipiche. Auspico che si veda il Concilio nella Chiesa e subordinatamente a Essa, tenendo conto di un dato importante: la nuova pastoralità del Vaticano II, che detta in qualche modo la stessa agenda del Concilio, è un Leitmotiv e al contempo un limite. Ci aiuta a capire la mens dei Padri conciliari e a misurare con giusto e oggettivo criterio le dottrine peculiari del Concilio Vaticano II. Questo per il bene e l’unità della Chiesa, senza fare del Vaticano II un “superdogma” e neppure un pericolo per la fede. Bisogna rimettere il Concilio al posto suo.
Con lungimiranza, ancora Benedetto XVI, nell’aprire l’Anno della Fede a cinquant’anni dall’inizio del Concilio, ha puntualizzato che non si tratta tanto di commemorare un evento quanto di riappropriarsi del vero spirito di riforma del Vaticano II, diluito spesso in un’euforia piuttosto sbarazzina. Aggiungerei: non si tratta di fare una commemorazione auto-celebrativa ma capire perché la fede è in crisi.
Non è un tornare indietro, per rispondere a un ritornello che si sente spesso. Il vero problema è che non siamo andati veramente avanti. Ho letto proprio in questi giorni, nel clima delle primarie del PD, una frase che avevo sentito a più riprese applicata all’evento conciliare: «Nulla sarà come prima». Ci si riferiva all’“evento Renzi”, con il quale il suo partito cambiava registro o credeva di cambiare. E pensavo: «Le due dimensioni, quella politica e quella teologica, potevano incontrarsi ma così anche segnare un limitarsi reciproco». Anche questo è da mettere in conto.


P.  Serafino M. Lanzetta, FI


PS Vi aspettiamo numerosi al convegno:  Il Vaticano II alla luce dell'intera Tradizione della Chiesa.

lunedì 3 dicembre 2012

La Chiesa del futuro? O quello che doveva diventare quando niente più sarebbe stato come prima?



(Su Riscossa Cristiana due vignette e una lettera del Prof. Ravoni. A proposito delle idee, le più disparate, sull'ultimo concilio e del libro Iuxta modum, che cerca di esorcizzarle).




...chi potrebbe essere quell'omino con la bacchetta in mano?




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Montecatini, 4 dicembre 2 dicembre, 2012 



Caro Direttore, 

grazie per avermi dato la possibilità di leggere il bellissimo libro di P. Serafino M Lanzetta F. I "Iuxta Modum: il Vaticano II letto alla luce della Tradizione della Chiesa" (Ed. Cantagalli 2012) che, oltre tutto, mi ha dato la possibilità di chiarire tante cose, prima fra tutte l'interpretazione di rottura di coloro che considerano il Concilio come una "Nuova Pentecoste" come se la Chiesa prima non fosse esistita; dice il Padre Lanzetta: "Perché...ha prevalso la rottura? A questa domanda non si può rispondere senza andare a quel 'Mysterium iniquitatis' che purtroppo asservisce e regna. Il Cardinal Suenens - Padre del rinnovamento pentecostale e non carismatico, come amava definirsi - in un'intervista dichiarò: “In Concilio ci siamo affidati docilmente allo Spirito Santo, e il Concilio ci ha condotti là dove non volevamo andare, o almeno, non pensavamo di andare...”. Il Concilio così rischia di diventare lo stesso Spirito Santo di cui parlava Gesù a Nicodemo. Per tanti il Concilio sarebbe divino e infallibile, ma a discapito di tutti gli altri. Invece, il Concilio non è lo Spirito Santo. Gesù aveva detto solo che lo Spirito Santo è come il vento: si sente la voce, ma non si sa da dove viene e dove va (Cfr. Giovanni, 3-8). Dobbiamo impegnarci perché finalmente si dilegui un eccessivo entusiasmo carismatico, ritornando al dogma della fede". 

Ecco, caro Direttore, questo significa parlar chiaro...avrei volentieri scritto una recensione ma, dopo quella, bellissima, di Piero Vassallo mi è sembrato inutile. Invio però un'altra vignetta quasi vergognandomene, dopo aver visto quella stupenda di Alfio Krancic, io sono solo un vecchio papirologo in pensione e faccio, ogni tanto, qualche vignetta così per diletto...Comunque venerdì 7 dicembre 2012 sarò a Firenze e così conoscerò sia il Padre Serafino che l'Avvocato Ruschi che, puntualmente mi invia le circolari della benemerita Comunione Tradizionale, vi andrò con il Prof. Vinicio Catturelli (173 anni in due) per cui se la nostra presenza non eleverà il tono dell'incontro, senz’altro eleverà la media dell’età delle persone partecipanti che, mi dicono, in genere, essere tante tra cui numerosissimi giovani e giovanissimi. 

Un grazie di cuore 

Prof. Osvaldo Ravoni







domenica 2 dicembre 2012

In attesa della Tua venuta



Ascolta l'omelia del p. Serafino M. Lanzetta di questa Domenica, prima di Avvento (anno C).


Attendiamo la venuta del Signore alla fine dei tempi, con fiducia e speranza. Questo significa propriamente Avvento: venuta del Signore. Una venuta preannunciata nel suo nascere ed essere il Dio con noi. Cristo viene perché è già venuto, è già con noi. Si manifesterà alla fine dei tempi quale giudice universale. Tra colui che crede in Cristo e chi non ha Dio nella sua vita c’è una sostanziale differenza, che possiamo notare proprio scrutando i segni dei tempi e gli avvenimenti, a volte anche catastrofici, della storia. Chi crede in Cristo sa che l’universo non è frutto di un caos evoluzionistico e che il mondo non è governato dal fato e da un destino cieco, pronto a distruggere prima o poi gli esseri umani, e che perciò la superstizione e l’abbonirsi gli dei del cosmo è irrazionale, è falso. Chi crede in Cristo sa che Dio è il creatore, che il mondo è nelle sue mani. Dio ci parla, ci ammonisce, anche, e a volte soprattutto, attraverso gli eventi climatici, atmosferici, tellurici sconvolgenti, i quali possono risultare una sciagura o un umano disastro, invece sono piuttosto segno della premura paterna di Dio, che ci scuote perché non ci assopiamo nel sonno del peccato e della cupidigia. Il cristiano legge tutti gli eventi sollevando sempre il suo capo verso il cielo: sa che la sua liberazione è vicina.

sabato 1 dicembre 2012

Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione



Piero Vassallo, su Riscossa Cristiana, recensisce l'ultimo libro di p. Lanzetta. 


Iniziata dalla strabiliante lezione di Alexandr Kojève sulla radice nichilistica/thanatofila della filosofia di Hegel, accelerata dall'interpretazione accademica (heideggeriana) del furente dionisismo di Nietzsche e perfezionata dal mostruoso e sbalorditivo influsso della teologia nazista nella scolastica francofortese, la rivolta del pensiero moderno contro se stesso è ormai al punto di non ritorno. 

Avvertita da Benedetto XVI, tale evidenza pone la necessità inderogabile di correggere le tesi dei cattolici modernizzanti intorno alla possibile riconciliazione con un universo teoretico irrimediabilmente segnato dalla schizofrenia post-illuminista, ovvero dalla guerra della cometa jettatoria contro i pensieri della cometa trionfalista. 

I moderni apostati, invece di correggere i loro errori, hanno incrementato la loro ostilità nei confronti della vera fede e la loro refrattarietà ai princìpi di ragione, smentendo le tesi che animavano l'indulgenza dei nuovi teologi e deludendo il generoso apprezzamento della loro inclinazione all'autocritica formulato da Giovanni XXIII nell'allocuzione inaugurale del Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia. 

L'ottimismo mordeva i freni della cautela: "Lo spirito della modernità e la Chiesa, ha scritto di recente Benedetto XVI, non si guardavano più con ostilità, ma camminavano l'uno verso l'altro. Il Vaticano II era cominciato in questo clima ottimistico della riconciliazione finalmente possibile fra epoca moderna e fede; la volontà di riforma dei suoi padri ne era plasmata. Ma già durante il concilio questo contesto cominciò a mutare".

Di qui l'urgenza, di aggiornare la definizione dell'errore moderno e di scoprire e neutralizzare, fra le righe del Concilio Vaticano II e del paraconcilio, le orme della benevolenza tradita e dell'ottimismo deluso. 

L'anacronistica ostinazione dei teologi modernizzanti, in quelle orme crede, infatti, di leggere l'intenzione di dialogare con il mondo assumendo "la filosofia prevalente nella modernità, agnostica e scettica quanto al mistero, dubbiosa e formalmente fenomenica". 

Padre Serafino Lanzetta, giovane e brillante studioso, all'avanguardia nella corrente dei teologi fedeli alla Tradizione e obbedienti al Papa, sostiene che la Chiesa è turbata da un accecamento storicista, incapace di comprendere che "il Vaticano II non si identifica con la Tradizione della Chiesa, non è il suo fine: questa è più grande, mentre il Concilio ne è un momento espressivo e solenne; si dimentica poi il suo carattere magisteriale ordinario, sebbene espresso in forma solenne dall’Assise conciliare, per sé non infallibile; si dimentica infine, che i documenti del Vaticano II - a differenza di Trento e del Vaticano I - sono distinti in Costituzioni, Dichiarazioni e Decreti e pertanto non hanno tutti il medesimo valore dottrinale, rimanendo pur sempre chiara e fontale l'attitudine generale del Concilio di insegnare in modo autentico ordinario". (Cfr. Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa, Cantagalli, Siena 2012). 

Padre Lanzetta afferma risolutamente che "la Chiesa trascende il Concilio e ogni sua manifestazione" quindi stabilisce la necessità "di far ritornare il Concilio Vaticano II nell'alveo della Chiesa: prima la Chiesa e poi i suoi concili". 

È tuttavia da respingere la pretesa di correggere il Vaticano II, "utopia di chi vuole riscrivere la storia che più non c'è o di chi vuole semplicemente abolire ciò che non gli piace". Il compito che incombe all'autorità cattolica è interpretare correttamente il Vaticano II, "rispettando la sua posizione magisteriale di Concilio ecumenico con un taglio eminentemente pastorale, più pastorale che dottrinale". 

Opportunamente padre Lanzetta cita il giudizio comunicato confidenzialmente a Vinicio Catturelli da un cardinale sudamericano: "Un errore forse è stato quello di dar troppa importanza al Concilio. ... È necessario sgonfiare il pallone del Super-Concilio, o forse si sta già sgonfiando". 

Il regnante pontefice, quasi assolvendo l'auspicio dei teologi fedeli alla Tradizione, ha avviato la critica di alcune ingenue e abbagliate concessioni al moderno che si leggono nella Gaudium et Spes dimostrandone la dipendenza da un equivoco intorno alla realtà dei nuovi tempi: "Dietro l'espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l'età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell'età moderna. Questo non è riuscito nello Schema XIII". 

Il male che tormenta la Cristianità non è l'eresia ma la banalità del consenso tributato dai teologi di giornata a un oggetto conosciuto superficialmente.

Piero Vassallo



giovedì 29 novembre 2012

Il “caso Valtorta” tra consensi e condanne. Come orientarsi?



(Su Riscossa Cristiana) Un articolo di P. Serafino M. Lanzetta per lumeggiare la complessa vicenda dell'opera di Maria Valtorta, fenomeno che sembra attestarsi da un lato su approvazioni entusiastiche e dall'altro su condanne e rifiuti. Come deve comportarsi un lettore cattolico? Si tratta di autentiche rivelazioni soprannaturali o solo di un'opera di grande pregio letterario e spirituale?


Ancora oggi Maria Valtorta (1897-1961) e la sua Opera letteraria sono oggetto di posizioni contrastanti: di dubbi e prevenzioni accanto a notevoli interessamenti, quando non a veri e propri vagheggiamenti. Vi sono pro e contro. Al punto che l’editore dell’Isola del Liri, E. Pisani, ha voluto curare un volume in questo senso, riportando i giudizi negativi, di cui dà un’interpretazione e i pareri favorevoli. 

In quest’intervento mi concentro solo sull’opera principale di M. Valtorta, che in un primo tempo prese nome di Poema dell’Uomo-Dio, oggi invece ha un titolo definitivo, L’Evangelo come mi è stato rivelato. Non ho nessuna pretesa di dare un verdetto, ma solo di trovare un “filo rosso” in questa lunga e intrecciata vicenda, soprattutto allo scopo di orientare al meglio il lettore cattolico. 

Quest’Opera si compone di 10 volumi e si presenta come un “completamento” dei Vangeli, per le numerose e dettagliate descrizioni di luoghi, persone, costumi, particolari anche sottilissimi, dell’epoca di Gesù. Soprattutto è messa in forte rilievo la figura di Giuda e il comportamento del Signore nei suoi confronti: un mistero che si ripete sovente e che rappresenta la ferita più acuta del Cuore di Cristo. Valtorta presenta la sua Opera nata da visioni o dettature soprannaturali. Si fa largo uso di allocuzioni del tipo: «Dice Gesù», mentre la scrittrice è definita «piccolo Giovanni», ovvero discepola prediletta. Svariate volte accade a livello letterario – questo è il rischio principale nel lettore – di porre quest’Opera, come divinamente dettata o ispirata, in contiguità con i Vangeli canonici, quasi come un quinto Vangelo. L’Opera non può in nessun modo essere contigua ai Vangeli nel senso che li completi quanto al contenuto o alla forma. Scartando subito l’ipotesi, come erronea, di un’opera che si situi sullo stesso livello della Rivelazione pubblica (quella fatta da Cristo agli Apostoli finché erano in vita e contenuta nella S. Scrittura e nella Tradizione orale), resta da chiarire se effettivamente si tratta di rivelazioni soprannaturali e perciò di parole uscite direttamente dalla bocca del Signore oppure di un’opera letteraria dell’autrice, con tratti di elevata mistica e spiritualità. 

Alla fine del 10° volume si riportano le sette ragione (tutte eccellenti) per le quali è stata scritta l’Opera. Si risponde alle possibili obiezioni, una di queste, propria la possibilità di vederla come un’aggiunta alla Rivelazione. Si dice giustamente «che non fu con quest’opera fatta aggiunta alla Rivelazione, ma ricolmate le lacune che si erano prodotte per cause naturali e voleri soprannaturali». Ricolmare le lacune, ancora una volta, si deve situare non sul piano pubblico dei Vangeli ma su quello del contributo privato, che quindi non impegna in nessun caso la fede teologale. Subito dopo, però, verso la fine del commiato all’Opera, si aggiunge un elemento che lascia pensierosi. È Gesù che si rivolge a Valtorta e le dice: «Giovanni scrisse quelle parole, come te scrivesti tutte quelle riportate nell’Opera, sotto dettatura dello Spirito di Dio. Non vi è nulla da aggiungere o togliere, come non vi fu nulla da aggiungere o togliere alla orazione del Padre nostro e alla mia preghiera dopo l’Ultima Cena». Mentre rimane, così dicendo, ancora in bilico la chiara distinzione tra Vangeli e Opera valtortiana, sorprende l’accento sulla dettatura per i Vangeli canonici. Non si tratta di dettatura ma di ispirazione, che è radicalmente diverso. 

Come dicevo, ci sono e ci sono stati pro e contro. Tra i responsi favorevoli all’Opera di Valtorta troviamo un giudizio molto equo di Mons. Ugo Lattanzi, professore alla Lateranense e perito al Vaticano II, il quale dice: 

«Secondo il mio modesto parere, i volumi, sfrondati di alcune esuberanti descrizioni, purgati e potati delle scene che ho detto (scene che a suo giudizio lasciavano perplessi), e corretti nelle espressioni “insolite”, potrebbero essere pubblicati come “Vita romanzata di Gesù”, naturalmente senza allusioni a presunte rivelazioni non dimostrate». 

Il Card. Siri, richiestogli di comporre una prefazione al testo, di dare cioè una sorta di imprimatur al primo volume, in data 6 marzo 1956, risponde dicendo di aver avuto «un’impressione eccellente» dal testo, e faceva un’osservazione interessante: «la gente parla con una andatura letteraria del nostro tempo, non di quel tempo». Comunque non si sentì di fare una prefazione, dal momento che l’Opera era stata avocata a sé dalla Suprema Congregazione del S. Uffizio. 

Non fu possibile ottenere l’imprimatur all’Opera. Così il S. Uffizio, con decreto del 16 dicembre 1959, la condannava inserendola nell’Indice dei Libri proibiti. Le motivazioni erano essenzialmente due: non vi era l’imprimatur nella stampa anonima dei quattro volumi e si trattava di una «lunga, prolissa vita romanzata di Gesù». Con Paolo VI sarà abolito l’Indice, tuttavia il tenore della condanna conserverà il suo peso morale. 

Accanto a ciò però è da notare un interessamento straordinario all’Opera valtortiana da parte di due illustri persone: il b. Gabriele Allegra, O.F.M. e il p. Gabriele M. Roschini, O.S.M. Il p. Allegra, grande biblista e traduttore della Bibbia in cinese, ne consigliava la lettura e vi vedeva altresì uno strumento prezioso sia a livello scientifico che spirituale. Il p. Roschini, invece, all’inizio della sua opera mariologica, La Madonna negli scritti di Maria Valtorta (1973), confessa che dopo mezzo secolo di ricerca, di studi e d’insegnamento sulla Madonna, mai prima d’ora aveva incontrato un vero capolavoro: un’idea così chiara, così viva, così completa del Capolavoro di Dio, la Vergine Maria. Roschini presenta la Valtorta come una delle più grandi mistiche contemporanee. 

Il giudizio ecclesiastico sull’Opera valtortiana, dopo la dura sentenza dell’Indice, in realtà non è cambiato sostanzialmente. Nel 1985, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Card. Ratzinger, scrive al Card. Siri di Genova. La lettera era stata sollecitata dal p. Giuseppe Losacco, O.F.M. capp., residente nella diocesi genovese, che si era rivolto alla CDF per chiedere chiarificazioni in merito agli scritti di Maria Valtorta. Il Card. Ratzinger conferma che la messa all’Indice dell’Opera valtortiana conserva «tutto il suo valore morale» e aggiunge che «non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un’Opera la cui condanna non fu presa alla leggera ma dopo ponderate motivazioni al fine di neutralizzare i danni che tale pubblicazione può arrecare ai fedeli più sprovveduti». Gli interpreti della lettera leggeranno il lemma “sprovveduti” in senso restrittivo, così da favorire invece la conoscenza dell’Opera a quelli provveduti. Chi sarebbe veramente sprovveduto? 

Ad ogni modo, la cautela verteva sulla possibilità di confondere il racconto della Valtorta con i Vangeli. Infatti, a tal proposito è da rilevare un altro intervento, questa volta della Conferenza Episcopale Italiana, ad opera dell’allora Segretario Mons. Tettamanzi. Così scriveva Tettamanzi all’editore dell’Opera valtortiana: 

«Proprio per il vero bene dei lettori e nello spirito di un autentico servizio alla fede della Chiesa, sono a chiederLe che, in un’eventuale ristampa dei volumi, si dica con chiarezza fin dalle prime pagine che le “visioni” e i “dettati” in essi riferiti non possono essere ritenuti di origine soprannaturale, ma devono essere considerati semplicemente forme letterarie di cui si è servita l’Autrice per narrare, a suo modo, la vita di Gesù». 

Il punto delicato del “caso Valtorta” è e rimane proprio questo: si tratta di visioni e dettature soprannaturali oppure è un’opera umana sebbene spiritualmente elevata? Ogni giudizio personale non può che allinearsi alla chiarezza delle parole dell’allora Mons. Tettamanzi. Il contrario, infatti, non consta. Non si può dire che si tratta di rivelazioni soprannaturali, aventi per origine immediata Gesù Cristo o la SS. Vergine: non lo si può escludere in linea di principio (almeno in modo mediato, in ragione della vita santa dell’autrice e di eventuali carismi mistici), ma in nessun caso si può affermarlo categoricamente e per ogni pagina che compone i dieci volumi. Ci sono elementi che fanno pensare a un’opera di altissimo valore letterario e di grande aiuto spirituale per tanti (non per tutti, ma per coloro che ne traggono beneficio spirituale); ma di qui concludere sulla sua certa origine soprannaturale è scorretto, fino a quando la competente autorità ecclesiastica non l’abbia espressamente manifestato. 

In altre parole, non si può leggere la Valtorta pensando di ascoltare allo stato puro le parole di Gesù Cristo o della Madonna. Sono interpretazioni dell’autrice, alla quale non mancava una dovizia narrativa e una grande capacità di scrittura. Basti ricordare che scrisse, prima dei fenomeni mistici del Poema, su ordine del suo direttore spirituale, il p. Migliorini, in meno di due mesi sette quaderni di suo pugno, dando prova di un grande talento di scrittrice. 

Di più, non si può invocare come veridicità soprannaturale dell’Opera le tantissime e precise indicazioni geografiche, topografiche, storiche, di usi e tradizioni dell’epoca, contro una cultura pressoché elementare della scrittrice e la non consultazione di fonti o di materiale scritturistico a livello scientifico. Questi elementi, che sono presenti, depongono piuttosto a favore di un’opera esimia sotto molti punti di vista, ma non sono per sé prova dell’ispirazione soprannaturale del Signore. Infatti, se si usasse solo questo metro, sullo stesso piatto della bilancia andrebbero messe anche quelle pagine che risentono di ridondanze, di sentimenti eccessivi, di descrizioni prolisse – a mio personalissimo giudizio, anche alcuni passaggi in cui poco c’è di teologico – che molto si distanziano dalla sobrietà dei Vangeli e che invece sono indice di un pensiero tutto femminile e contemporaneo alla scrivente. 

Il giudizio più lungimirante a tal proposito rimane quello di S. Pio da Pietrelcina, riportatomi da alcuni suoi figli spirituali. P. Pio diceva grossomodo così: «Leggi, se ti fa del bene». Anche Pio XII aveva detto qualcosa di simile, quando, molto prima che scoppiasse la bufera con il S. Uffizio, disapprovò una prefazione che parlava di fenomeno soprannaturale ma disse di pubblicare l’opera così com’era. Chi leggeva avrebbe capito. Così si evitano due estremi dannosi per la vita cristiana: un esaltante fanatismo, o una presa di posizione aprioristica e pregiudizievole. 


p. Serafino M. Lanzetta, FI

domenica 25 novembre 2012

Io sono Re e il mio regno è la verità e l'amore




Ascolta l'omelia di P. Serafino M. Lanzetta di questa domenica, Solennità di Cristo Re dell'universo.



Celebriamo la Solennità di Cristo Re dell’universo. Per capire bene la portata di questa celebrazione dobbiamo sgombrare il campo da un duplice equivoco, con cui non si capisce cosa significhi celebrare la regalità di Cristo. Primo: la regalità di Cristo non è una messianicità politica. Cristo non instaura un regno politico ma supera la politica pur dettandole la verità del suo agire. Secondo: la regalità di Cristo non è solo spirituale o intima. Si esercita invece in virtù dell’Umanità SS. del Salvatore e perciò ha un fondamento nella realtà visibile e invisibile. Cos’è allora la regalità di Cristo? Molto semplicemente è Cristo stesso che regna in noi e in mezzo a noi con il suo amore salvifico. La sua regalità è un potere d’amore che ci fa vivere, ci redime dal male e dalla morte eterna. Così ci dona la verità e la luce della vita. Pertanto, il cristiano auspica, spera e sospira che la regalità di Cristo sia riconosciuta anche a livello sociale: da tutti gli Stati, da tutti i governi, dalla politica, dalla scienza, da ogni manifestazione della cultura. Solo se Cristo regna c’è unità, c’è pace: c’è la verità e l’amore. Che Cristo regni in noi e in mezzo a noi, sempre!

domenica 18 novembre 2012

Le mie parole non passeranno



Ti proponiamo l'ascolto dell'omelia di questa domenica del P. Serafino M. Lanzetta. 


La parola del S. Vangelo di questa domenica (Mc 13,24-32) ci invita a fissare con realismo la nostra attenzione sui segni dei tempi. Non dobbiamo correre dietro vane curiosità, che ci fanno cadere nella superstizione. Molti seguono con ansia il calendario dei May, secondo cui il 2012 sarebbe l’ultimo anno del pianeta terra e si procurano talismani e consultano oroscopi. No, il cristiano vede i veri segni dei tempi ed è sempre pronto per presentarsi al cospetto di Cristo, vero Giudice misericordioso. Il Signore ci nasconde l’ora della sua venuta perché siamo sempre vigilanti: dobbiamo vivere sempre in grazia di Dio. Questa è la vera sapienza.

venerdì 9 novembre 2012

Fede e ragione un binomio inscindibile e un premio ai Francescani dell'Immacolata



Conferenza di P. Serafino M. Lanzetta, FI su Fede e ragione alla Giornata del Timone di Modena (29 settembre 2012), in cui furono premiati i Francescani dell'Immacolata con il premio "Defensor Fidei"





domenica 4 novembre 2012

Qual è il primo comandamento, il più grande?



Ti proponiamo l'omelia di questa domenica del P. Serafino M. Lanzetta. Ascolta.

Qual è Maestro il più grande comandamento della Legge? C’è un cuore nella Legge stessa che pulsa e ci svela la sua profonda verità che guarisce l’uomo e lo eleva alla condizione di figlio, di essere-con-Dio? Sì, questo cuore è l’amore. Il primo comandamento, risponde Gesù, è l’amore di Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze e il secondo è simile a questo: l’amore per il prossimo come se stessi. Bisogna imparare ad amare, a guarire le ferite del nostro amore, che spesso è solo eros, amor carnalis, e far sì che nella scala dell’amore ascenda fino alla condizione più nobile che è l’agape, l’amore di Dio, Dio stesso che è amore. Amando Dio impariamo ad amare noi stessi e il prossimo come noi stessi, cioè con lo stesso amore di Dio. L'amore ci unisce a Dio nella fedeltà alla sua Parola e svela che la Legge di Dio non è un semplice no alla libertà ma un vero sì alla verità e quindi alla vera libertà.

giovedì 1 novembre 2012

La santità come pienezza nell'unità di ragione e amore




Come rispondere a un certo dilemma con cui oggi spesso ci confrontiamo: l’unicità del cristianesimo e la paura di affermarlo fino in fondo correndo il rischio di sentirci intolleranti, fondamentalisti, incapaci di dialogo? 



La santità è armonia nella vita di ragione e amore, fede e carità. Con Guglielmo di Sant-Thierry (monaco cistercense del XII sec.) possiamo dire che la natura dell'amore non è soltanto sentimento ma vi partecipa anche la ragione. Questo grande monaco medioevale, identificando la carità con la vista posseduta dall'anima per vedere Dio, afferma che i nostri due occhi sono «l'amore e la ragione. Se uno dei due opera senza l'altro, non andrà lontano. Possono però molto soccorrendosi a vicenda, diventando un solo occhio».

E continua: 

«Il compito della ragione sta nell'istruire l'amore, mentre il compito dell'amore è d'illuminare la ragione, così che la ragione divenga essa stessa amore e l'amore non oltrepassi i confini della ragione». 

Il rapporto fra l'uomo e Dio è essenzialmente un rapporto d'amore. Dice ancora Guglielmo di Sant-Thierry: 

«Tu ci ami in quanto fai di noi tuoi amanti e noi ti amiamo in quanto riceviamo il tuo Spirito. Il tuo Spirito è il tuo amore che penetra e possiede le intime fibre dei nostri affetti [...] Mentre il nostro amore è affectus, il tuo è effectus, un'efficacia che ci unisce a te grazie alla tua unità, allo Spirito santo che ci hai donato». 

La santità è proprio questo amore di Dio in noi. È l’amore di Dio incarnato nella propria vita. Questo è reso possibile dal mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, il quale facendosi uomo ci permette di salire per mezzo di Lui, in Lui, fino a Dio. E Dio, che è il tutto, è riconoscibile solo nell'unità di ragione e amore, fede e carità. La santità è unità di vita, è pienezza.


Padre Lanzetta: "Ecco i nodi da sciogliere del Vaticano II" (seconda parte)



(di Mauro Faverzani su www.conciliovaticanosecondo.it) 

Sono diversi i nodi ancora da sciogliere a 50 anni dal Concilio Vaticano II: ad esempio, distinguere ciò che è dottrinale da ciò che è pastorale; spiegare la diversità dei documenti ed i diversi livelli di insegnamento; chiarire quali siano le dottrine nuove che il Vaticano II ha voluto proporre e capire come porle in continuità con la Tradizione. Di questo e di molto altro parla nella seconda parte di quest’intervista, concessa a Mauro Faverzani, Padre Serafino Lanzetta dei Frati dell’Immacolata,docente di Teologia Dogmatica presso il Seminario Teologico “Immacolata Mediatrice” dei Francescani dell’Immacolata ed autore del libro “Iuxta modum”, dedicato proprio a questo Concilio.


martedì 30 ottobre 2012

"Tutto è diventato così avvizzito". Il filosofo Spaemann a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II


In una recente intervista rilasciata da Robert Spaemann al giornale Die Welt (26 ottobre 2012), il filosofo tedesco spiega perché a suo giudizio non c'è motivo, a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II, per una celebrazione giubilare: "tutto infatti è divenuto così avvizzito... È subentrata nella Chiesa un'epoca di decadenza. Persone che negano la risurrezione di Cristo rimangono professori di teologia e predicano come sacerdoti. Persone che non vogliono pagare la tassa per il culto vengono cacciate fuori dalla Chiesa. Qui c'è qualcosa che non va". Vediamo in dettaglio l'intervista in una nostra traduzione:



Die Welt: Lei era a Roma per la celebrazione del giubileo del Concilio Vaticano II. Per lei personalmente è stato un motivo di festeggiamento?

Robert Spaemann: In verità no. Innanzi tutto si deve poter dire apertamente che è iniziata un'epoca di decadenza. Una celebrazione giubilare non può assolutamente ignorare il fatto che migliaia di sacerdoti già durante il Concilio hanno lasciato il loro ministero.

Die Welt: Qual è la responsabilità del Concilio a tal proposito?

Robert Spaemann: Il Concilio si inserì in un movimento diffusosi all’intero Occidente che partecipò alla cultura della rivoluzione. Papa Giovanni XXIII disse allora che il fine del Concilio era l'aggiornamento della Chiesa. Questo fu tradotto da molti con adattamento, adattamento al mondo. Ma fu mal interpretato. Aggiornamento significa: attualizzare ai tempi moderni l’opposizione che la Chiesa ha avuto, e sempre deve avere, nei confronti del mondo. Questo è il contrario di adattamento.

Die Welt: Però Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura del Concilio ha risvegliato le attese e ha lasciato intendere che si trattasse di adattamento.

Robert Spaemann: Questo è vero. Giovanni XXIII era un uomo profondamente devoto. Ma lo caratterizzava un ottimismo tale che definirei quasi scellerato. Tale ottimismo non era giustificato. Del resto, la prospettiva storica cristiana è conforme a quella del Nuovo Testamento: alla fine ci sarà una grande apostasia, e la storia si scontrerà con l'Anticristo. Ma di questo il Concilio non ne parla. Si è eliminato tutto ciò che allude a liti o conflitti, finanche nei libri dei canti liturgici. Si è voluto benedire lo spirito del mondo emancipatore e culturalmente rivoluzionario.

Die Welt: Se in Germania, come è successo all'inizio dell'anno, un tribunale stabilisce che la Chiesa cattolica può essere definita un’impunita “setta di pedofili”, nessuno protesta. Questo anche ha a che fare con lo spirito del Concilio Vaticano II?

Robert Spaemann: Sì. Il Concilio ha indebolito i cattolici. La Chiesa si è sempre trovata in lotta, una lotta spirituale, non militare, ma pur sempre una lotta. L'Apostolo Paolo parla delle armi della luce, dell'elmo della fede ecc. Oggi la parola “nemico” è diventata indecente, lo stesso comandamento “Amate i vostri nemici” non ha più senso perché non siamo più autorizzati ad avere nemici. Per i cosiddetti cattolici progressisti vi è in realtà ancora un solo nemico: i tradizionalisti. Questa sì che è un'eredità del Concilio. Certamente noi cristiani non dovremmo usare nessuna violenza per le offese arrecate alla nostra fede e alla Chiesa. Ma protestare dovrebbe essere possibile. 

Die Welt: I testi che il Concilio ha approvato dopo lunghe discussioni sono vaghi compromessi. Chi ha vinto, riformatori o tradizionalisti?

Robert Spaemann: Nessuno dei due. Entrambi gli schieramenti hanno agito al Concilio come fazioni politiche. Questo vale soprattutto per il partito dei progressisti. Quando prevedevano che su una proposta di risoluzione non avrebbero ottenuto la maggioranza, introducevano nella formulazione di compromesso alcune clausole generali, che gli avrebbero permesso, dopo il Concilio, di rendere le risoluzioni più malleabili. Hanno spesso lavorato in modo cospirativo. E ad oggi hanno ancora la prerogativa dell'interpretazione del Vaticano II. Ma gradualmente sta prendendo piede una nuova coscienza. Lentamente la smettiamo di prenderci in giro. Tutto è diventato così avvizzito: uomini che negano la risurrezione di Cristo rimangono professori di teologia cattolica e possono predicare in quanto sacerdoti durante le Messe. Fedeli invece che non vogliono pagare la tassa per il culto (in Germania, ndt) vengono cacciati dalla Chiesa. C’è qualcosa che non va.

Die Welt: Cosa intende quando dice che i novatori avrebbero la prerogativa di interpretazione sul Vaticano II? 

Robert Spaemann: Le dò tre esempi. Oggi viene spesso detto che per poco il Concilio non ha abolito il celibato. Bisognerebbe però portare a compimento gli approcci precedenti. Perché mai prima alcun Concilio ha difeso il celibato con così tanto vigore.
Secondo esempio. I vescovi tedeschi hanno annunciato nella cosiddetta dichiarazione di Königstein che l'insegnamento della Chiesa in materia di “pillola” non è vincolante. Il Concilio aveva detto esattamente il contrario, ovvero che l'insegnamento della Chiesa su questa questione obbliga in coscienza i cattolici.
Terzo esempio: tutti sanno che il Concilio ha autorizzato la lingua volgare nella liturgia. Nessuno però sa che il Concilio ha soprattutto ribadito che la lingua propria della liturgia della Chiesa occidentale è e riamane il latino. E Papa Giovanni XXIII ha appositamente scritto un'enciclica sul significato del latino per la Chiesa occidentale.

Die Welt: Cos’è che la disturba innanzitutto?

Robert Spaemann: Non penso a singole decisioni ma principalmente a ciò che veramente è accaduto durante il Concilio. Forse si dovrebbe ricominciare a leggere i testi originali. Già alla fine del Concilio, come scrive Joseph Ratzinger, è emerso come uno spettro, ciò che è stato chiamato lo “spirito del Concilio” il quale, solo molto condizionatamente, aveva a che fare con le decisioni fattuali. Spirito del Concilio significa: volontà di innovazione. Fino ad oggi i cosiddetti riformatori si richiamano allo spirito del Concilio per giustificare tutte le possibili idee di riforma e con questo intendono adattamento. Oggi però abbiamo bisogno del contrario della “mondanizzazione della Chiesa”, che già Lutero deplorava. Abbiamo bisogno di ciò che il Papa chiama la “fine della mondanizzazione” (Entweltlichung).

Die Welt: Lei ha scritto: “L'autentico progresso rende talvolta necessarie correzioni di rotta e in talune circostanze anche passi indietro”. Ma come può la Chiesa invertire rotta?

Robert Spaemann: Fondamentalmente deve fare quello che ha sempre fatto: deve sempre tornare indietro. La Chiesa vive della vita dei Santi, che sono i modelli di vera conversione. Non è accettabile che la Chiesa in Germania, a cui appartiene la casa editrice "Weltbildverlag", si mantiene da anni mediante la vendita di materiale pornografico. Per dieci lunghi anni i cattolici hanno informato di questo i vescovi e non è successo niente. Ora che tutto è venuto alla luce, il segretario della Conferenza Episcopale Tedesca ha tacciato con disprezzo questi fedeli di fondamentalisti. Che questa prassi di commercio sia stata introdotta ha ben poco a che fare con una reale inversione di rotta.



Fonte: Die Welt
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